A tu per tu con Federico Ferrero, voce di Eurosport

Abbiamo incontrato Federico Ferrero voce di Eurosport e giornalista della testata Tennis Italiano

Buonasera Federico. Per iniziare puoi dirci qual è stato il primo contatto che hai avuto con il tennis?
Non ne sono sicuro ma potrebbe essere stato un match di Davis dei primi anni Ottanta, visto a casa di un parente in tivù. A casa mia nessuno giocava a tennis e nessuno parlava mai di tennis, per cui la mia passione è in buona parte inspiegabile. Ricordo bene, invece, che a dieci anni iniziavo a scrivermi i nomi dei tennisti sul diario, guardavo le partite in televisione e scendevo in cortile a “rigiocarle” contro il muro, usando una racchetta che mi era stata regalata da uno zio, una terribile Fila Composite mezza di legno e mezza in fibra.

Quando hai capito che poteva diventare un lavoro?
Quando hanno iniziato a pagarmi, banalmente. Intorno al 2000, dopo la laurea, riuscii a convincere la redazione di Tennis Italiano a farmi collaborare. Ai tempi, circolavano cifre oggi impensabili: con quei soldi, che non erano tanti ma ci potevo vivere, mi trasferii a Milano. Iniziai così.
Essendo abusivo, non avevo un posto in redazione: mi ricavarono una postazione nel vano che usavano per raccogliere gli scatoloni con le racchette e i completini da provare per la rivista.
Mi autoinventai un soprannome col quale firmavo le mail, perché con la redazione del piano di sotto comunicavo via mail o telefono: Wilson. Era un gioco di parole, perché Wilson è ovviamente un celebre marchio del tennis ma, a quei tempi, era anche il pallone con cui Tom Hanks aveva fatto amicizia nell’isola deserta, nel film Cast Away, e io mi sentivo un po’ così.
Lontano da casa, a fare un mestiere per cui non avevo studiato, emarginato in una stanza piena di attrezzi e che, d’estate, diventava una ghiacciaia perché da lì partivano i condizionatori di tutto il palazzo e, se ne spegnevo un paio, venivo sgridato con la minaccia che “il presidente poi se la prende”. Ma ero felice come un bambino.
A pranzo mi cambiavo, prendevo una racchetta nuova fiammante da uno scatolone e scambiavo pallate forsennate sul campo della redazione con Francesca, la segretaria, che con il suo umorismo involontario e irresistibile mi faceva dimenticare la nostalgia e i dubbi per la scelta che stavo facendo. Furono anni belli.

Ancora adesso, se passo per via Gallarate a Milano, sto col naso in su a guardare il campo da tennis del terzo piano, ormai dismesso.

Che differenza trovi tra il commentare un match in tv e scrivere un articolo per le testate con cui collabori?
La stessa che trovo tra mangiare un buon panino alla mortadella e un filetto di fassone. Scrivere mi dà la vita, da quando sono bambino. Poi certo, dipende da cosa si commenta e in quale situazione, cosa si scrive e da dove. Ormai, purtroppo, ci viene imposto di lavorare senza viaggiare, nella sciocca convinzione che “tanto è la stessa cosa”. E una delle emozioni più forti l’ho vissuta nel 2011, a Parigi, commentando la semifinale tra Djokovic e Federer, nello stadio c’era un’atmosfera magica. Scrivere seduti davanti al pc in ufficio o in casa non è sempre entusiasmante. Ma se dovessi scegliere, scriverei sempre.
Solo che il mondo non va come vorrei io – e ci mancherebbe, per carità – e la tivù paga molto più della stampa.

Negli ultimi anni è diventata prassi avere un opinionista al proprio fianco. Come hai accolto questa novità?
Quando ci si trova bene e si riesce a fare un buon lavoro, mi piace. Anzi, le telecronache in solitaria dopo tante ore pesano, perché te la canti e te la suoni. Ma fare la spalla è difficile, infatti sono pochi a saper sostenere quel ruolo.

Come è avvenuto il tuo approdo in tv? Qyake torneo preferisci commentare e perché?
Antonio Costanzo, l’ex commentatore di Eurosport, mi chiamò e mi chiese se ci volevo provare. Alla fine accettai, ma non ero per niente sicuro: la possibilità di continuare a scrivere mi diede la tranquillità per provarci. Solo che la tranquillità finì quando mi chiesero di fare una prova: credevo fosse un match registrato, invece mi trovai a commentare in diretta. Una partita già iniziata, per giunta: Ferrero (guarda il caso) contro Nalbandian, Vienna 2005. Un trauma. Credo di non aver detto niente per qualche minuto, a parte il punteggio.
Difficile rispondere quale sia il mio torneo preferito, perché avrebbe più senso se si commentasse sul posto. Nella scelta tra eventi commentati in studio non dico gli Australian Open, che quasi sicuramente sarebbero il mio torneo preferito, per via degli orari osceni in Italia. Mi piaceva il Queen’s per l’ambiente elegante e british del circolo. Parigi, fatto sul posto, non è comodo perché le cabine sono striminzite, ma il centrale è emozionante. Il primo anno in cui sono stato lì a commentare, il 2007, fu traumatico: non riuscivo ad abituarmi.

Questa grandissima ripresa di Roger a cosa la attribuisci
A più concause: la serenità di giocare per passione e nient’altro, la racchetta più “facile”, l’imposizione di Ljubicic sull’uso del rovescio e sulla condotta aggressiva.

Il tennis italiano è in evidente crisi specialmente in campo femminile c’è poco ricambio generazionale quali sono secondo te le cause
In parte la “botta” si sente di più, rispetto al passato, perché ci sono quattro ragazze eccezionali (Schiavone, Pennetta, Errani, Vinci) che hanno fatto cose inimmaginabili. Per cui, passare dai trionfi al nulla fa più male che non essere abituati a un movimento di livello medio che, magari subisce una flessione. Dopodiché, c’è poco da girarci intorno: se l’ultima top 100 italiana, a parte la Giorgi, è Sara Errani, che arrivò nella élite nel 2007 e fu cresciuta in Spagna, vuol dire che la Federazione Italiana non ha lavorato bene. Punto.

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