Tennis e studio: la mia esperienza USA

Tennis e studio: la mia esperienza di vita nel sud degli USA tra ragazzi di tutto il mondo..tranne che italiani

27 gennaio 1997, giorno del mio compleanno, parto da Malpensa verso gli States, lanciandomi in un’esperienza di tennis e studio che ancora oggi a più di 20 anni di distanza reputo come una delle più belle e formative della mia vita.

La meta è l’Arkansas, stato del sud degli USA con un’estensione pari a 1/3 dell’Italia  e circa 10 milioni di abitanti, vado a giocare alla OUACHITA BAPTIST UNIVERSITY avendo da poco ottenuto una full scholarship con questo small college per giocare il campionato NAIA. (campionato tennistico dei piccoli college); non so cosa aspettarmi, l’ambiente, l’università e lo studio, i compagni di squadra, il tennis e il livello di gioco, il coach, e in generale la vita. Dopo una triangolazione con Chicago e un lungo viaggio arrivo a Little Rock, famosa per essere la città natale dell’ex presidente degli USA Bill Clinton, capitale dell’Arkansas dove alle 8 di sera trovo ad attendermi quello che sarà uno dei miei compagni di squadra, un ragazzo tedesco soprannominato Moose 1.90 cm di forza e simpatia che mi aspetta su un’Alfa Romeo spider vecchio tipo che per un’attimo mi fa sentire ancora a casa Italia.

In un’ora circa di macchina arrivo al campus che essendo sera tarda scoprirò con la luce il giorno dopo. Alloggio in una camera all’interno della foresteria degli studenti composta da un lungo corridoio fatto di porte che danno accesso a delle camere con bagno in comune;  l’arredamento è spartano, due letti singoli, un lavandino e due piccole zone in cui appoggiare le proprie cose. Divido l’appartamento con un altro ragazzo svedese che mi fa da traduttore quando non capisco cosa mi dicono gli studenti americani che parlano un inglese “slanghizzato” infatti parlo un discreto inglese, ho superato in modo convincente l’esame TOEFL ma fatico a relazionarmi con chi parla un americano stretto, lo farò con il tempo.

Il campus e le strutture sono bellissime e all’avanguardia: 9 campi in cemento americano (di cui 4 coperti, unica struttura nel sud degli USA ad avere campi coperti), campo da baseball, da Football americano, piscina coperta e un magnifico gioiellino di palazzetto dello sport, collegato con un’enorme palestra contenente 4 campi da basket polifunzionali, con capienza di circa 1.000 spettatori.
Il campus dell’università è immerso in un meraviglioso verde con edifici tutti dedicati ai benefattori locali (ex studenti).

Le targhe dell’Arkansas non per niente, parlando di verde e di paesaggio selvaggio, riportano insieme ai numeri la dicitura “The Natural state”.

Il college è molto vivace durante la settimana, pieno di studenti che si muovono in tutte le direzioni verso le loro lezioni mattutine mentre il venerdi sera si svuota completamente in quanto il 90% degli studenti abita a più di 100km di distanza.

La mia giornata tipo è fatta di un momento in cui assonnato assisto a momenti di preghiera, canti, testimonianze battiste (facoltativo e di durata 1h) nell’auditorium dell’università, essendo un’università di religione battista ci tengono particolarmente, 3 o 4 ore di lezione nei quali io frequento i corsi di Applied math, Personal Finance, Texas history, e un altro paio meno impegnativi, pranzo alla mensa, inizio allenamenti verso le 14 di due ore e mezza e poi partite di basket libere, lava/asciuga panni, cena da organizzare in mensa o con pizza da asporto e momento di studio finale.
Giornate sempre molto piene ma contemporaneamente spensierate e gioiose allietate in alcune serata dalle partite della squadra di basket dell’università vs altre università.

Alcuni aspetti caratteristici del mio soggiorno sono: il pranzo, mi sono dovuto abituare a mangiare pasta all’acqua rossa di pomodoro, hamburger in tutte le salse, pizza nn sempre degna di questo nome, ecc; il livello universitario,  è paragonabile ad una 2° liceo anche se tutte le materie sono molto più pratiche che teoriche; il livello tecnico che nelle migliori squadre vede  i numeri 1 e 2 (si giocavano 6 singoli e 3 doppi) paragonabili ai nostri B2/B3 dell’epoca (io ero B4 e giocavo come n3/4/5).

Nel primo mese i wend sono davvero duri, si passano a giocare a basket in palestra con altri (pochi) studenti che restano, a nuotare in piscina, a guardare partite NBA in TV, tutte cose molto divertenti ma molto lontane dalle mie abitudini del tempo di uscire con gli amici o la ragazza o pranzare con i miei cari; con il passare dei mesi mi abituo anche a questo stile di vita e beneficio anche dei numerosi wend passati in giro con la squadra a giocare incontri in tutto il sud degli Stati Uniti (Texas, Alabama, Kansas, in particolare).

Nel semestre in cui resto negli Stati Uniti ho la fortuna di imparare benissimo l’inglese/americano, di vivere in una cultura diversa da quella europea con usi e costumi e con la grande importanza data all’aspetto sportivo, di vedere tanti luoghi diversi (tra cui una settimana alle Hawaii) e di vivere un’esperienza unica frequentando e confrontandomi con ragazzi di tutto il mondo (la mia squadra è composta da 4 svedesi, 1 americano, 2 tedeschi e io) tranne che italiani: nessun giocatore in una qualsiasi università con cui ci siamo confrontati (ne abbiamo incontrate almeno una ventina).

I diversi coach che ho incontrato in quel periodo m’hanno detto che avevano grosse difficoltà a “ingaggiare” giocatori italiani di buon livello tennistico in particolare a causa della mancanza di un titolo di studio e di una sufficiente conoscenza della lingua inglese.

Il consiglio che mi permetto di dare ai ragazzi italiani che non siano a livello giovanile tra i primi 5/6 d’Italia è quello di non abbandonare lo studio per il tennis  come spesso accade e di provare l’esperienza di giocare per un’università americana perché sia da un punto di vista formativo sia da un punto di vista personale è un qualcosa di davvero unico e indimenticabile. Il riuscire a conciliare il tennis e lo studio alla fine permette di essere persone di cultura in grado di avere un futuro lavorativo anche al di fuori del mondo del tennis e contemporaneamente di vivere esperienze indimenticabili come quella da me vissuta.

Vi lascio con il motto dei Tigers…one, two, OBU!

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