Riccardo Bellotti: “Il mio obiettivo è giocare bene e dare il massimo ogni giorno, i risultati arriveranno”

Riccardo Bellotti ci racconta il suo 2016 ormai concluso e i suoi obiettivi per il 2017, con uno sguardo sul suo primo incontro con il tennis, il suo passato austriaco e la sua grande amicizia con Dominic Thiem

Ciao Riccardo, grazie mille per la tua disponibilità! Nel 2016 hai vinto ben nove titoli ITF e ti sei avvicinato alla 200esima posizione della classifica ATP entrando così nel tabellone delle
qualificazioni degli Australian Open. Sei soddisfatto della tua stagione?
Diciamo che sono soddisfatto al 50% perché, come al solito, gioco bene metà anno, mentre l’altra metà lascio punti facili per strada. Ho raccolto tutti questi titoli da maggio a settembre e sono arrivato alla posizione 220 giocando bene per sei mesi; questo vuol dire che se giocassi bene anche gli altri sei mesi potrei arrivare molto più avanti, magari giocando anche meglio i Challenger dove ho lasciato tanti punti che invece avrei potuto guadagnare.
Tutto sommato, però, sono contento perché alla fine ho partecipato agli Australian Open, e il più grande sogno di ogni tennista penso sia giocare i tornei del Grande Slam, i quattro tornei più importanti del mondo.
I titoli alla fine non contano perché quello che vale sono i punti che hai nel ranking, come si ottengono per me non è rilevante; ovviamente preferirei farli in un Challenger, magari vincendolo, però va bene anche così.
L’obiettivo del 2016 era avere un ranking che mi permettesse di entrare nei Challenger e nei Grandi Slam così da poterli giocare tutto l’anno, perché per i Future penso ormai di essere forte e vorrei giocare bene ai Challenger ed ai tornei ATP.

Cosa pensi di avere migliorato nel tuo gioco e su quale aspetto ritieni, invece, di avere ancora tanto da lavorare?
Penso di essere migliorato tanto a fondo campo; ho perfezionato sia il rovescio che il diritto e sento di avere fatto progressi anche nella corsa.
Secondo me, invece, mi mancano le piccole cose: per esempio, io preferisco sempre giocare cinque o sei colpi in più, durante lo scambi
o, piuttosto che andare a rete e chiudere il punto con una volée. Sicuramente questo dipende dal fatto che se sbaglio una o due volée durante una partita, non ci credo più e non torno più a rete perché ho paura di sbagliare: credo sia come un blocco mentale.
Inoltre, sicuramente il primo servizio va migliorato ancora tanto; l’anno scorso mi sono allenato molto sul kick ed adesso è buono.
Diversi anni fa prendevo vincenti su una risposta del mio secondo servizio, mentre adesso, invece, riesco ad entrare normale in partita. Sul primo servizio, comunque, devo migliorare e sto lavorando tanto, non che non sia buono ma va perfezionato così da farlo meglio in partita.

Parliamo della tua esperienza in A2 con il circolo ATA Battisti di Trento conclusasi con l’ingresso in A1. Quanto è importante il gioco di squadra in questo caso? Che cosa ti ha lasciato questa esperienza e quanto pensi influenzi la tua formazione tennistica?
Sono all’ATA Battisti da, se non sbaglio, sette o otto anni e per me, non è facile spiegare la sensazione che provo quando sono lì, è qualcosa che mi fa venire voglia di giocare a tennis: magari stai passando un periodo in cui non giochi bene, qualcosa nella tua vita non va nel modo in cui vorresti, dopo vai a giocare la coppa a squadre, ci sono i tuoi amici, che ti sostengono e vi divertite, e tutto acquista più colore.
Penso di avere giocato sempre bene nella coppa a squadre bene perché se si vince o no alla fine non importa e per me è il clima che è importante, gli amici che ho lì; alla fine di una giornata sia che si vinca o si perda ho sempre più voglia di giocare a tennis e questo credo che sia la cosa principale.
Mi trovo molto bene all’ATA Battisti e mi sono molto affezionato a tutti e sento che per loro è lo stesso, spero in un grande futuro con questa squdra. Un giorno vorrei vincere il titolo di campioni d’Italia con l’ATA Battisti.

Cosa significa per te avere partecipato alle qualificazioni di un torneo del Grande Slam?
Partecipare ad un Grande Slam per me è la più grande soddisfazione che un tennista possa avere.
Come ho detto prima, sono quattro i tornei più importanti del mondo del tennis, lo sono sempre stati e parteciparvi vuol dire che ce l’hai fatta nella tua vita, perché possono giocare soltanto i migliori 250 tennisti del mondo ed essere uno di quelli mi rende molto fiero: vuol dire che ho fatto qualcosa di buono per arrivare lì.
Adesso l’obiettivo è quello di qualificarmi, di giocare nel main draw nei prossimi anni, perché alla fine ci sono le stesse persone che incontri nei Challenger e, quindi, ritengo molto possibile riuscire ad entrare in tabellone. Per esempio, ho visto giocatori che anche se nei Challenger non riuscivano ad avere buoni risultati, sono riusciti ad accedere al main draw dei tornei Slam; questo vuol dire che se ti impegni ogni giorno, i risultati poi arrivano.

Nel 2017 continuerai a giocare tornei Futures o ti concentrerai soprattutto sui tornei del circuito Challenger? 
Adesso non ho da difendere punti fino a maggio, quindi credo che giocherò solo Challenger. Forse parteciperò a due o tre Futures all’inizio dell’anno per entrare nel mio “ciclo” tennis, si dice così in tedesco, cioè per trovare il ritmo, ed avere alle spalle tante partite, però quest’anno le priorità sono i tornei del circuito Challenger e ATP.
A meno che non scendo nel ranking intorno alle posizioni 300-400, cosa che non mi permetterebbe più di entrare nel main draw di questi tornei, non ho intenzione di giocare i Futures perché non ne ho più voglia e per entrare nei primi 100 del mondo si deve assolutamente vincere un Challenger e giocare i tornei ATP. Questo sarà il mio obiettivo.

Che rapporto hai con il tuo staff? Ti alleni spesso con Dominic Thiem, tuo grande amico, cosa si impara da un allenamento con un Top10?
Ho sempre detto che tra me e Dominic c’è un rapporto speciale, siamo migliori amici. Sono cresciuto con lui, con Gunter Bresnik e con Wolfgang Thiem e mi hanno sempre aiutato, hanno sempre creduto in me.
Anni fa se non avevo la possibilità di continuare a giocare perché non avevo abbastanza soldi per pagare l’allenamento, loro erano sempre pronti a sostenermi e ad aiutarmi dandomi così il modo di giocare. Gunter e Wolfgang sono come dei padri per me, mi hanno sempre voluto bene. Loro tre sono la mia famiglia e le persone più importanti che ho; negli ultimi dodici anni ho trascorso ogni giorno con loro.
Io, Dominic ed anche Dennis Novak siamo grandi amici.
La cosa che mi impressiona di più è che Dominic anche se è nei primi 10 del mondo non è cambiato per niente, per questo lo rispetto moltissimo. Giocando con lui posso imparare tantissime cose.
Io non chiedo niente, suo padre e Gunter hanno già fatto tanto per me, ma lui quando può mi aiuta: hanno tutti un grandissimo cuore e li ringrazio tanto, un giorno vorrei dargli tante soddisfazioni e ricambiare tutto quello che hanno fatto per me.

Parliamo del tuo primo incontro con il tennis. A che età hai iniziato a giocare? Hai sempre pensato di seguire questo tipo di carriera?
Ho iniziato a giocare a tennis per caso. Quando ero piccolo correvo e mi muovevo tanto, così mia nonna mi disse che un giorno mi avrebbe portato ad un centro sportivo. E così fece. Il centro più vicino era fuori Vienna, e causalmente era un circolo di tennis. Ho iniziato a giocare ed ho trovato lì anche Gerald e Jurgen Melzer.
Il tennis mi piaceva e con gli anni ho capito che era questo che volevo fare nella mia vita ed ho deciso di provarci al cento per cento.

Sei nato a Vienna e fino a 18 anni hai giocato per l’Austria. Hai mai pensato di tornare a giocare per la bandiera austriaca?
Si fino a 18 anni ho giocato per l’Austria perché essendo residente lì potevo giocare per l’Austria under 18. Poi all’ATP sono cambiate le regole, si deve giocare per il paese di cui si ha la cittadinanza, ed ho iniziato a giocare per l’Italia.
Tanti anni fa ho chiesto di diventare austriaco, ma non volevo fare il militare e così ho abbandonato l’idea lasciando, però, sempre una porta aperta per l’Austria. Quindi se un giorno decidessi di cambiare potrei farlo, anche per poter giocare la Coppa Davis. In Italia, infatti, ho molti giocatori davanti a me in classifica.
Se entro nei primi 150 e c’è la possibilità che io possa giocare la Coppa Davis per l’Austria penso che cambierò nazionalità, anche per dare una soddisfazione a quelli che mi hanno sempre sostenuto.
Se devo essere sincero, però, per me la Coppa Davis è bella, ma non lascerei perdere tornei importanti per parteciparvi. Sicuramente per tanti è un piacere giocare per la bandiera nazionale, e lo è anche per me, però preferisco giocare i tornei così da guadagnare punti.

Cosa pensi del prize money nel tennis? Ritieni che sia proporzionato il gap che c’è tra i tennisti Top250 e i Top10?
I Top10 possiamo lasciarli stare perché sono i primi tennisti del mondo ed è giusto che guadagnino tanto, come ad esempio Cristiano Ronaldo nel calcio. 
Il problema è che se tu non sei almeno nei primi 100 del mondo non guadagni molto: ottieni tanto se sei nei primi 100, ma appena scendi verso la posizione 150, 200 non guadagni più. Perciò, ritengo che sia sproporzionato il fatto che il numero 100 guadagni un bel po’, mentre il numero 200 no, avendo una differenza di sole 100 posizioni. Ancora, il numero 300 non guadagna quasi niente, ricava sempre di meno all’anno. 
Questa situazione per me è triste perché vedendo altri sport, come ad esempio il calcio, se sei nei primi 300 solo nel tuo paese hai dei miliardi sul conto.
Quest’anno hanno aumentato il prize money dei Futures a $15,000 ed a $25,000, e spero che continui così perché, per esempio, andando in Turchia una o due settimane se perdi due volte al primo turno devi calcolare una perdita di almeno 500, 1000 euro. Ecco perché, in un certo senso, capisco i giocatori che cercano di fare soldi in un altro modo solo per permettersi di giocare a tennis. 

Ti arrivano mai messaggi offensivi dopo che hai perso una partita? Come gestisci queste situazioni e le critiche negative in generale?
Si mi arrivano molti messaggi, tante minacce, diversi messaggi veramente cattivi, però mi piace leggerli ed ignorarli perché non gli do nessuna importanza. Capisco che è gente che ha perso dei soldi; forse se scommettessi su una squadra di calcio e perdesse, anche io mi arrabbierei, se magari avesse avuto tante chance di vincere e non le avesse colte. Però, quando leggo messaggi davvero minacciosi penso che queste persone meritavano di perdere i soldi.
Per quanto riguarda le critiche provenienti da altre parti non ci faccio caso più di tanto. La gente può parlare quanto vuole, solo noi tennisti possiamo sapere quello che proviamo; chi non ha mai giocato a tennis ad alto livello non potrà mai capire cosa deve fare un tennista, e soprattutto non può comprendere fino in fondo il mondo del tennis, cosa stiamo facendo e cosa noi giocatori facciamo per tutto l’anno. Quindi, non mi interessa cosa pensa o dice la gente. Loro hanno una vita, io ho una vita ed ognuno va per la sua strada.

Quale è il tuo tennista “preferito” tra i più giovani?
Ovviamente non posso dire altro che Dominic Thiem: secondo me presto sarà nei primi tre del mondo, e vincerà uno Slam. Ne sono certo. Anche se è mio amico, e potrei sembrare di parte, per me non c’è un gioco più bello: ha una tecnica pulita, ha tutto quello che deve avere un tennista per essere numero uno al mondo. Sarei molto felice se diventasse numero uno.

Quali sono i tuoi obiettivi per questo nuovo anno?
L’obiettivo principale è sicuramente quello di partecipare a tutti i tornei del Grande Slam, e magari riuscirmi a qualificare o comunque giocare meglio di come ho fatto in Australia. Punto soprattutto al Roland Garros che è sulla terra, ma non mi metto sotto pressione e non penso ai grandi obiettivi.
Il mio obiettivo è, prima di tutto, giocare bene e dare il massimo ogni giorno: penso che alla fine i risultati arriveranno da soli.

Quale è il tuo più bel ricordo legato al tennis?
Sicuramente la vittoria del primo Future della mia carriera è stato uno dei momenti più belli. Ed anche le mie due partecipazioni ai tornei del Grande Slam: quest’anno agli Australian Open e nel 2013 agli Us Open. Mi piace arrivare all’aeroporto e trovare le macchine sponsorizzate da questi grandi tornei che ti trasportano al circolo, e non c’è sensazione più bella di quella di sapere che non sei lì solo per vendere il tennis, ma per partecipare.
Questi credo che siano i ricordi più belli della mia vita.

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