Giochi Olimpici di Rio: il virus Zika può giustificare le tante assenze?

I Giochi Olimpici di Rio sono stati colpiti da una valanga di forfait di tennisti che hanno giustificato la loro assenza con la paura di contrarre il virus Zika, presente in Brasile.
Si tratta davvero di una scusa realistica?

L’attesa sta, finalmente, per giungere al termine. Le Olimpiadi sono ormai alle porte e tutti gli appassionati sportivi si stanno preparando a tifare per i propri beniamini ma, soprattutto a sostenere i connazionali, in una manifestazione che accoglie la sua essenza e il suo effettivo valore umano nell’unità nazionale che lo sport, almeno per quindici giorni, può creare.

Senza dubbio, però, almeno per quanto riguarda il tennis, il torneo Olimpico parte con poche, anzi pochissime certezze e tanti punti interrogativi: nelle settimane scorse molti tennisti di primo piano hanno infatti annunciato la loro assenza all’evento più atteso di questa stagione.

Le ragioni di queste assenze sono molteplici, anche se è una su tutte a prevalere: la “Zika-fobia“, che ha scatenato molte polemiche sui social nei giorni scorsi e che ha portato diversi atleti a rinunciare ad un evento “a cui non avrebbero mai voluto mancare”. Dopo i primi forfait che attribuivano la “colpa” al virus, risalenti ad alcuni mesi fa, negli ultimi giorni e nelle ultime ore si è venuto a creare un effetto domino: uno dopo l’altro diversi giocatori e giocatrici hanno annunciato con grande rammarico di non poter essere presenti a Rio, per preservare la propria salute e quella dei propri cari.

Detta cosi, sarebbe naturale appoggiare il pensiero e la scelta dei giocatori.

È opportuno però conoscere in maniera più approfondita la natura di Zika: molti ne parlano, ma sono molti pochi quelli che conoscono i suoi effettivi rischi. Cercheremo di spiegarli in tre passaggi:

– Viene trasmesso dalle zanzare aedes, presenti in buona quantità in Brasile

– Non porta al decesso (se non in caso di complicazioni esterne, comunque molto rare)

– Fa aumentare, in quantità ancora non definita, ma comunque non troppo significativa la possibilità di generare figli microcefali

I pericoli che derivano da Zika sono quindi piuttosto bassi: da tenere sotto controllo ma comunque non allarmanti in maniera tale da poter causare seri problemi agli uomini. Nei giorni scorsi, a sostegno di questa tesi, è intervenuta anche Margaret Chan, direttore generale di OMS, sottolineando come “il rischio di infezione sia facilmente gestibile” e aggiungendo che “tutti, con semplici accorgimenti, possono proteggersi da eventuali punture”.
Rassicurante anche il parere del numero 1 del mondo Novak Djokovic che ha affermato di “non temere il rischio di infezione, perchè la situazione non è cosi grave come quella presentata dai media e da altri atleti”.

Dunque è veramente il virus Zika il motore di tutti questi forfait? Probabilmente no.

È giusto credere nella buona fede degli atleti e pensare che ve ne siano almeno alcuni che temono realmente per la propria salute, ma è evidente che Zika sia stato utilizzato da alcuni tennisti come un pretesto per non disputare i Giochi. Spiace dirlo, ma sembra l’unica risposta possibile, analizzati gli effettivi pericoli del Virus e vista l’enorme percentuale di tennisti assenti.

Sembra evidente inoltre che la vera matrice di parte delle assenze non sia di natura medica ma economica: i giocatori non vogliono andare a Rio gratuitamente, per giocare magari tre o quattro partite senza avere un minimo di riconoscimento a livello di punti o di denaro. E anche un’ipotetica medaglia verrebbe considerata come una ricompensa di troppo basso valore per lo sforzo profuso.

Un atteggiamento del genere altro non è che una forte mancanza di rispetto.

Innanzitutto verso la propria nazione e i propri tifosi: sono questi due infatti i veri catalizzatori nella crescita di uno sportivo; la federazione nazionale per quanto riguarda il piano tecnico, i tifosi per quanto riguarda quello umano. A volte, bisogna essere anche grati a tutte le persone, che, con grande passione, fanno un investimento, una scommessa su un atleta, credendo in lui, incoraggiandolo a cambiare, a diventare migliore e ad evolversi. Senza di loro, quell’atleta non sarebbe tale, perderebbe più della metà della sua identità di tennista e di uomo: è doveroso quindi ricambiare il sostegno ricevuto, difendendo al meglio delle proprie possibilità i propri colori e la propria bandiera.

Ricordiamo inoltre, come i tennisti, rispetto ad atleti di altri sport, siano molto più fortunati a livello economico: molti ginnasti, ad esempio, con fatica e determinazione, pur senza guadagni degni del loro sforzo, si allenano ore e ore ogni giorno per partecipare ai Giochi, magari anche sapendo di non avere chance di vittoria, ma per poter dire: “Io c’ero. Ho rappresentato in maniera dignitosa il mio paese. Sono orgoglioso di quello che ho fatto!”.

La chiave è questa: amare il proprio sport. Amare il proprio mestiere; non vederlo come una fonte esclusiva di guadagno ma come un’opportunità di fare qualcosa anche per quelle persone che, in silenzio, ma in maniera determinante, supportano i giocatori, gioendo per le loro vittorie e rammaricandosi per le loro sconfitte; significa dare degli insegnamenti, essere da esempio e questo, molti tennisti, spesso lo dimenticano.

Mi auguro che, nonostante tutta questa spiacevole situazione venutasi a creare, alla fine sia il  campo a smentire tutte le polemiche e i sospetti: non saranno necessari match esaltanti, solo sfide che facciano crescere in noi, prima che negli atleti, un senso di appartenenza e di responsabilità reciproca, che ci spingano a sostenere i nostri rappresentanti in maniera sincera e aperta.

Quello, si, sarebbe già un bel traguardo, più importante di una medaglia.

Buone Olimpiadi a tutti!

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