Down Under, dall’inferno al paradiso e viceversa

(AP Photo/Vincent Thian)

Ricca analisi su tutto ciò che è accaduto in questa prima settimana dell’Australian Open

Pretendere di più da questa prima settimana australiana pare davvero impossibile.
Il clamoroso tracollo del sei volte campione Djokovic, l’attesa ed insperata rinascita degli intramontabili veterani, match palpitanti in quantità e intensi momenti di esaltazione campanilistica. Un mix di ingredienti ampiamente in grado di compensare le occhiaie e i bioritmi alterati per qualche giorno.

Per gli amanti del tennis e quelli di Roger Federer – ammesso che tra le due cose esista differenza – la tarda mattinata di venerdì ha rappresentato un autentico momento di estasi.
Se già vedere il campionissimo nuovamente in campo e competitivo aveva sollevato il morale, l’impressionante lezione impartita ad un top ten (capace di batterlo ben sei volte in passato) ha rappresentato un evidente punto di svolta.
Nella mattanza imposta a Berdych molti hanno addirittura individuato una delle prove più sontuose ed efficaci della trionfale carriera e non soltanto per il particolare significato che l’incontro rivestiva. Lo stesso ceco, inerme e spaesato per novanta minuti, è parso alla fine esserne persino sportivamente compiaciuto.
Ma oltre che un’appagante delizia per gli occhi, ne è derivata soprattutto la consapevolezza dell’avvenuto recupero fisico tanto agognato, fatto in se già importante per chiunque auguri lunga vita al Maestro. E, evento ancor più notevole, è apparso evidente come, con accorgimenti tattici adeguati e un piglio ritrovato (ammesso che mai si fosse affievolito), Roger sia ancora in grado di competere ad altissimi livelli.
Forse non per vincere il diciottesimo slam e, quasi sicuramente non questo Australian Open. Ma altrettanto certamente per garantire ai palati fini un prolungamento della sua eterna e inimitabile esibizione.
A seguito del sorteggio, una eventuale qualificazione agli ottavi avrebbe suscitato già un relativo stupore. Chiedere di più, in una zona di tabellone presidiata dagli avversari più forti in circolazione, poteva e può ancora apparire pretenzioso. Per altro, se ad oggi ipotizzare Federer in finale (con Murray e Wawrinka sulla sua strada) rischia di rasentare la follia, immaginarlo almeno vincente su Kei Nishikori sembra alla luce di quanto visto fin ora plausibile. Keep calm and Roger that.

Sia pure con toni meno enfatici ed un impatto certamente inferiore, anche il Rafael Nadal rientrato e apparso nuovamente vicino ai suoi livelli migliori lancia dalla terra dei canguri un segnale importante. Trovarlo ancora in corsa agli albori della seconda settimana suonava tutt’altro che scontato, reduce da batoste e delusioni in serie e recentemente costretto a rivalutare passo dopo passo le proprie ambizioni.
Un avvio da turbo diesel ha invece condotto alla straordinaria vittoria nel confronto generazionale con Alexander Zverev, superato di misura, ma rimontato, snervato e lasciato esanime come da consuetudine del Rafa dei tempi d’oro.
Diversamente da quanto previsto (onesto fare ammenda circa il pronostico qui espresso a inizio torneo), anche per il maiorchino non sembra azzardato prevedere un interessante allungamento del cammino, a patto che l’intensità ritrovata sia destinata a durare. Ed anche contro elementi (Raonic e Dimitrov) di recente in grado di sconfiggerlo.
Come per Federer, andare troppo oltre con le aspettative sfiorerebbe i limiti dell’autolesionismo. Ma il semplice fatto che il sogno di un clamoroso remake della saga capace di illuminare un decennio possa nuovamente materializzarsi in finale rischia di togliere il sonno.

A maggior ragione preso atto della incredibile ed inopinata uscita di scena di Novak Djokovic, suo malgrado protagonista di uno dei più clamorosi upset della storia del tennis. Da nove anni non veniva costretto ad abbandonare uno slam tanto prematuramente e, pur nell’incertezza che ha caratterizzato il suo ultimo, non entusiasmante periodo, i recenti segnali di progresso lo avevano rieletto a principale favorito.
Al contrario, complice un’altra prestazione al di sotto dei suoi elevatissimi standard, un Nole confortevolmente salutato a notte inoltrata per concedere qualche ora al riposo si è inaspettatamente ripresentato al risveglio sull’orlo di un baratro profondissimo. Nel quale, va detto, è stato abilissimo ad affossarlo l’eroe di giornata, quel Denis Istomin che mai in diversi precedenti era riuscito anche solo a strappare un set al serbo e che, come logico quando gli dei del tennis decidono di romanzare, è stato in grado di disputare il match della vita.
Addio record di vittorie a Melbourne e rincorsa alla vetta forzatamente rinviata. E non solo per la valanga di punti scaduti e non difesi ma soprattutto per la convinzione che la ricostruzione tecnica e mentale tentata in off-season dal campione necessiti di ulteriori svolte, dentro e fuori dal campo.

Chi può gongolare è certamente Andy Murray che, a fari spenti e gratificato da un tabellone poco impegnativo, giunge agli ottavi con un risibile dispendio di energie la consapevolezza che la strada, pur lunga, verso il suo primo titolo australiano ha assunto una pendenza meno gravosa. La certezza della permanenza in cima al ranking saprà fornire carburante extra allo scozzese il quale, accantonata la lieve flessione di Doha, di cedere il passo non sembra volerne sapere.
Condizione ed autostima hanno ormai raggiunto livelli assolutamente consoni al ruolo di numero uno e neppure lo spauracchio di un Federer rinato all’orizzonte sembra scalfire le sue legittime ambizioni.
Eppure la sua strada continua comunque a prevedere ostacoli non di poco conto. Salvo soprese, per superare la chimera australiana il neo baronetto dovrà misurarsi infatti anche con Stan Wawrinka che nel frattempo, match dopo match, sembra procedere nella sua consueta trasformazione in Stanimal.
E, verosimilmente, anche con Milos Raonic, ormai autorevolmente e senza attenuanti principale favorito per un posto in finale (salvo un exploit dell’eterna promessa Grigor Dimitrov, mai dire mai?).

Come in ogni grande slam che si rispetti, non sono mancate neppure alcune bellissime favole narrate a varie tinte dalle prime giornate Down Under.
L’impresa di Istomin ha lasciato di stucco il mondo intero, ancor più considerando che solo una wild card gli aveva permesso un ripescaggio dal purgatorio dei challenger in cui era sommessamente finito.
Che dire poi di Mischa Zverev, silenzioso fratellone del (giustamente) più celebrato Alexander, capace di prolungare questa sua seconda carriera con un meritato accesso agli ottavi che gli garantirà l’ingresso per la prima volta tra i primi quaranta al mondo.
L’oscar va senz’altro a Daniel Evans, ennesimo acuto del tennis britannico tanto in voga ultimamente. Ma anche quello meno atteso (nonostante le avvisaglie di inizio anno) e ancor meno banale, con quello stile di gioco naif e generoso che ha consentito al giocatore senza sponsor di mandare a casa uno dopo l’altro Cilic e Tomic.

Proprio il supponente australiano, al pari del degno compare Nick Kyrgios, rappresenta una delle delusioni più rilevanti e non soltanto per le aspettative del pubblico di casa. Se per il primo il tempo delle mele appare terminato e lo spettro di una carriera anonima è ormai più che una semplice ipotesi, il secondo rischia di ripercorrerne le orme, con l’aggravante di aver fallito anche il tentativo di redimersi dalla recente squalifica.

A beneficiarne, per nostro giubilo, un Andreas Seppi tosto come da tempo non si ricordava, tanto da reggere l’urto con una Rod Laver Arena quanto mai ostile e ridimensionarne l’idolo, fino a condurlo contro pronostico allo sfinimento mentale e fisico.
Armi che potrebbero non bastare al cospetto di Wawrinka, anche se grazie alla forza dei nervi distesi nulla sembra precluso. In fondo, le doti per sbaragliare illustri campioni (svizzeri) in terra australiana Andreas ha già brillantemente mostrato di possederle.
Tanto basta a sollevare il morale del tennis nostrano, parzialmente appagato anche dalle prestazioni positive del commuovente Paolo Lorenzi e dell’altalenante Fabio Fognini, insufficienti per proseguire il cammino ma comunque in grado di regalarci momenti di elevata intensità. Come la strenua difesa del senese contro Troicki e le faville mostrate dal ligure nel talent-show sfortunatamente perso contro Benoit Paire.

Completata la griglia dei sedici ancora in corsa, il rush finale è quindi pronto a scattare.
Senza più il primato in ballo ma con tantissimo ancora da raccontare. Possibili conferme, inattese rivelazioni e sogni da fanta-tennis. E anche altre notti insonni, ma con le certezza che, comunque vada, ne sarà valsa la pena.

Daniele Mazzarello

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