Dall’apogeo di Nole alla consacrazione di Murray, le eredità pesanti del 2016

A pochi giorni dalla conclusione della stagione e a tre settimane dal nuovo imbarco verso l’inizio della prossima avventura, il mese di dicembre da sempre costituisce per l’ambiente degli appassionati uno spartiacque di noia per assenza di tennis giocato.

Ma anche di interessanti valutazioni retrospettive e previsioni di futuri scenari, abili a placare l’astinenza in maniera più efficace delle tante strapagate esibizioni in corso in ogni angolo del mondo.
Soprattutto al termine di una stagione dai molteplici volti. Capace di lasciare in dote risultati e spunti di notevole interesse ed esprimere giudizi inequivocabili. Celebrare epopee di campioni e provocare delusioni ed amarezze. Consacrare giovani talenti e svelare i prodromi di un declino generazionale. E, nondimeno, di garantire diversi match degni di conservare un posto nella memoria indelebile.

Quale modo migliore dunque per colmare il vuoto se non una breve rivisitazione dei principali fatti che hanno caratterizzato il 2016, ripercorrendone i momenti salienti e cercando di interpretare la direzione imboccata dal tennis maschile negli ultimi mesi.

Il Career Slam di Nole
A dispetto dell’immagine nevrotica e corrucciata del Novak Djokovicche dopo due anni e mezzo abdica cedendo il trono di numero uno all’amico-rivale Murray, la stagione è stata senz’altro foriera per il campione serbo del più importante riconoscimento alla sua brillantissima carriera.
Il 2016 verrà ricordato infatti come quello della conquista del Roland Garros, unico slam ancora mancante nella sua ricca bacheca, vissuto letteralmente come la fine di una ossessione.
Diventando l’ottavo giocatore della storia a completare il career slam, e al tempo stesso il primo a conquistare i quattro titoli in successione risultandone per qualche settimana l’unico detentore, Nole ha certamente mandato in archivio il periodo di maggior successo della sua carriera. Un apogeo tanto evidente da costituire al tempo stesso il pericolosissimo avvio di una discesa, cominciata non a caso nel corso dell’estate quando, apparentemente, le motivazioni di un 29enne plurivincitore e neo padre hanno comprensibilmente mostrato crepe di lassismo.
Ma l’appartenenza all’olimpo è missione compiuta ed una riscossa nell’immediato futuro più che plausibile.

L’inseguimento di Murray alla vetta
Da brutto anatroccolo e meno accattivante dei cosiddetti fab four, Andy ha saputo realizzare un progresso tecnico e mentale capaci di permettergli il raggiungimento di traguardi pressochè impensabili un biennio fa.
Favorito anche dagli spazi lasciati dai principali antagonisti e dalla latitanza di un reale cambio generazionale al vertice, lo scozzese ha tratto dai successi casalinghi sull’erba londinese (il secondo Wimbledon, insieme alla finale parigina sarebbe già bastato a rendere gloriosa la sua stagione) linfa ed energie per intraprendere l’impensabile scalata di cui è stato protagonista dall’estate.
Realizzando un’impressionante progressione fatta di decine di vittorie, a fronte di sole tre sconfitte, Murray ha quindi messo nel carniere il secondo titolo olimpico e numerosi altri successi di prestigio, garantendosi un fine anno da n.1, primo britannico a centrare una simile impresa, suggellata dal trionfo, ancora una volta sul suolo patrio, alle ATP Finals, altra grande chimera del britannico.
I commenti su quanto realizzato dal fenomeno di Dunblane si sono naturalmente già sprecati ed è pertanto tempo di analizzare lo scenario che si configura dinanzi al neo capoclassifica. Sensazione prevalente è che, se non un vero e proprio regno paragonabile a quello degli ultimi predecessori, grazie ai relativamente pochi punti in scadenza a inizio anno, Murray possa garantirsi almeno per alcuni mesi una tranquilla permanenza al vertice.

Il terzo acuto di Stanimal
Da ormai tre stagioni, un autorevole timbro nel registro dei trionfi slam viene apposto da Stan Wawrinka, assurto cosí  stabilmente al ruolo non più di incomodo guastafeste bensì di assoluto campione. In grado di fregiarsi, dopo il successo allo US Open, di ben tre quarti di career slam. Un risultato sensazionale se contestualizzato nella storia di questo sport e addirittura paranormale se ipotizzato durante la ‘prima carriera’ dello svizzero.
Come nei suoi precedenti successi, in Australia e a Parigi, Stan ha mostrato nel corso delle due settimane una costante crescita fisica, tecnica e mentale, fino a trasformarsi nell’uomo verde in grado di abbattere nell’atto conclusivo, contro pronostico ma con pieno merito, il numero uno di turno, confermandosi una sorta di nemesi per le frustrazioni di Djokovic
Personalmente ritengo il successo di New York ancora più ragguardevole, non soltanto perché contraddistinto da un cammino di notevole difficoltà, ma soprattutto perché assai inaspettato e giunto in una fase della stagione in cui l’elvetico stentava a centrare risultati di rilievo.
Invece Wawrinka ha saputo nuovamente scioccare il mondo con la capacità di imprimere al suo gioco un ritmo ed una potenza non sostenibili neppure per il serbo. E poco importa se il successivo autunno abulico abbia contribuito a renderlo nuovamente un po’ più ‘normale’.

Delpo’s revenge
Quando si subisce uno stillicidio di gravi infortuni e gli interventi chirurgici diventano un’amara abitudine, al punto da far temere una prematura interruzione della vita sportiva, anche solo riprendere in mano una racchetta e riassaporare il gusto della competizione possono essere a pieno titolo definite rivincite. Figuriamoci ottenere successi a ripetizione, tali da riaccendere persino le sopite speranze di aver effettivamente riconsegnato al tennis il campione smarrito. Un campione vero e, anche per questo, unanimemente amato ed ammirato.
Se la primavera ha permesso al nuovo Del Potro di risbocciare sui campi del circuito, l’estate ne ha sancito il vero rientro, riportando alla luce, insieme al suo simpatico faccione, il proverbiale fulminante diritto, questa volta accompagnato da un rovescio più saggiamente effettato e conservativo.
L’entusiasmante cammino olimpico ha garantito all’intero panorama sportivo lo spunto per un’epica esaltazione, privata solo in extremis del suo coronamento.
Il sigillo lo ha apposto, facendo seguito alle successive brillanti affermazioni nel circuito e alla conseguente scalata nel ranking, l’apoteosi di Zagabria che lo ha visto in lacrime celebrare la prima Coppa Davis per il suo paese, conquistata quasi da solo, ripetendo l’impresa compiuta contro Murray a Glasgow.
La clamorosa e forse inattesa rinascita sportiva di Delpo, sostenuta dagli appassionati ad ogni latitudine, ha tutti i presupposti per non esaurirsi in una semplice vicenda umana. Sull’onda emotiva di un semestre che ha apportato al tennis dell’argentino benefici intangibili dal punto di vista del ranking, la speranza e l’aspettativa unanime è che Palito, salute permettendo, possa tornare a recitare un ruolo da protagonista nei major e magari riconquistarsi il posto che gli compete in top ten.

L’autunno di Roger e Rafa
Dal punto di vista nostalgico ed emotivo, il 2016 ha anche assestato un pesante colpo agli appassionati, accellerando in maniera consistente l’inesorabile fase calante della carriera di due straordinari campioni che si ritenevano senza tempo.
Uno letteralmente fermato dagli acciacchi, i primi di una carriera pazzesca anche per l’integrità fisica che non soltanto ha garantito la possibilità di riscrivere tutti i record, ma anche di risultare a 35 anni ancora uno dei giocatori più competitivi.
L’altro pesantemente limitato, nell’anima prima ancora che nel corpo, e privato di quella solidità che per un decennio gli ha permesso di annientare mentalmente e fisicamente gli avversari, riducendolo al triste ruolo di comprimario, costretto a remare contro dirimpettai una volta ritenuti inferiori ed a fronte di poche, pochissime, gioie.
Straordinari protagonisti di una rivalità tra le più genuine che il tennis possa ricordare, Roger Federer e Rafael Nadal sembrano aver intrapreso il viale dell’autunno. Sia pure con stile e personalità, facendo trapelare l’orgogliosa volontà di non arrendersi e ostentando certezza di poter ancora esibirsi a livelli importanti.
Opinione condivisibile è che lo smisurato talento e l’amore per il tennis del fenomeno svizzero, qualora recuperasse un’integrità fisico-atletica decente, potrebbero permettergli un saltuario ma degno ritorno a fasti gloriosi.
Più complessa appare la situazione del maiorchino, il cui calo può persino essere laconicamente interpretato come un’anticamera di un vero e proprio declino, tanto da far paventare, a dispetto della più giovane età, i rischi di un ritiro dalla scena non troppo lontano e addirittura anticipato rispetto a quello dell’amico antagonista.

Newcomers e NextGen
Da anni la constatazione più frequente ricade sulla lentezza del ricambio generazionale, favorita da un lato dalla straordinaria longevità dei protagnoisti dell’ultimo decennio e dall’altra dall’assenza di elementi in grado di inserirsi stabilmente nell’elite.
Nel corso dell’ultima stagione per altro, alcuni giocatori hanno iniziato a portare qualche seria insidia, aprendo spiragli circa possibili cambiamenti in essere o prossimi.
Su tutti, Milos Raonic ha saputo issarsi fino al terzo posto nel ranking, mostrando una maggiore completezza di gioco e una notevole continuità di rendimento. Certamente non rappresenta il prototipo del mito in grado di creare stuoli di fans, ma analizzando la sua ascesa è facile accorgersi di come si possa individuare nel canadese un certo protagonista delle prossime stagioni.
Ruolo che si ritaglia ancor di più sulle possenti spalle di Dominic Thiem, lo stakanovista del circuito, capace di un impressionante ruolino ad inizio stagione, prima di cedere alla comprensibile fatica e chiudere l’anno comunque ampiamente nei primi dieci, certo di aver posto le basi per un’ascesa fino ai gradini più alti.
Anche David Goffin e Lucas Pouille sono riusciti a far parlare di sé, rivelandosi o confermandosi elementi già in grado di rappresentare una nouvelle vague vincente e ancor più di poter caratterizzare il prossimo lustro.
Tra i numerosi virgulti della prorompente NextGen infine, gli ultimi mesi hanno messo in chiaro chi e come, presto o tardi, si aggiudicherà lo scettro del potere. Nick Kyrgios e Alexander Zverev hanno ampiamente mostrato di possedere le stigmate del campione, già capaci di entrare da teenagers a far parte stabilmente della scena dei migliori. Il loro 2017 avrà il compito di svelare ancora di più di che pasta sono fatti e – personalmente – riterrei una delusione una loro assenza dalla top ten a fine stagione.

Italia si, Italia no
Dopo alcuni anni di successi e soddisfazioni, il trend imboccato dal tennis azzurro ha evidenziato negli ultimi mesi il suo attuale e contradditorio stato di salute.
Fabio Fognini, per talento e qualità migliore elemento nostrano, in preda più che mai a crisi di risultati e mancanza di continuità, anche comprensibilmente distratto dalle numerose novità a livello privato e personale, e Andreas Seppi, ragionevolmente avviato verso gli ultimi scampoli di una dignitosissima carriera, hanno chiuso la loro peggiore stagione da almeno cinque anni a questa parte.
Alle loro spalle, numerosi comprimari faticano a lasciare il segno, limitandosi ad ottenere risultati a livello Challenger e a sporadici exploit nel circuito. Tomas Fabbiano e Alessandro Giannessi hanno certamente vestito i panni dei top stagionali, cui fa decisamente da contraltare un Marco Cecchinato che ha visto la sua già lenta ascesa bruscamente interrotta dalla squalifica legata allo scandalo delle scommesse.
Nell’attesa, si spera non vana, che la pletora ventenni in rampa di lancio, capeggiati da Matteo Donati, Stefano Napolitano Lorenzo Sonego, raggiunga quanto prima l’affermazione, il vero elemento di orgoglio del nostro movimento è incredibilmente rappresentato dall’intramontabile Paolo Lorenzi.
Proprio nella fase in cui chiunque penserebbe a dedicarsi ad una vita da ex agonista, il senese ha fornito un clamoroso esempio di dedizione centrando la sua miglior stagione, contraddistinta dal primo titolo ATP e dal best ranking al n.35, inestimabile premio alla professionalità profusa nel corso della sua lunga carriera.
L’esaltazione per un simile impensabile risultato si contrappone chiaramente alla consapevolezza che il tennis tricolore stia apprestando ad affrontare un bivio. In assenza di una svolta decisa da parte dell’intero movimento, il futuro prossimo apparirebbe quanto mai oscuro e difficoltoso.

Daniele Mazzarello

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