Coronata la lunghissima scalata, la dinastia dei Murray in cima al mondo

Dopo aver già posto fine alla ultra settantennale astinenza di successi a Wimbledon, riportato a casa la Coppa Davis e aver issato la Union Jack sul gradino più alto del podio olimpico, l’ennesimo, ancor più eclatante appuntamento con la storia per il tennis britannico è stato centrato nel segno e nel nome di Andy Murray

Come nelle precedenti occasioni, quando lo sfondo dello storico risultato furono gli austeri e verdi prati dell’All England Club, a rendere ancora più romantico l’happy ending del romanzo è stata la patriottica cornice londinese, questa volta sotto le luminescenti e sfarzose forme della O2 Arena.
La commossa esaltazione del campione di Dumblane nel momento della consacrazione ha racchiuso perfettamente la sensazione di aver completato una scalata, iniziata virtualmente proprio dal sacro tempio del tennis, dove a luglio scriveva per la seconda volta il suo nome nell’albo d’oro, portata avanti mettendosi al collo il secondo oro olimpico consecutivo e completata a suon di successi fino alla svolta autunnale, colmando settimana dopo settimana l’enorme divario in classifica.

Sceso in campo nel Master, il torneo nel quale mai aveva neanche raggiunto la finale, con il peso e la responsabilità di essere il nuovo numero uno mondiale, lo scozzese è stato semplicemente straordinario nell’estendere la sua impressionante serie vincente, mettendo in fila una lunga serie di avversari fino al suggello trionfale.
Primi fra tutti, la pressione di un intero paese sulle spalle e il favore del pronostico, elementi potenzialmente destabilizzanti e spesso compromettenti in passato.
Quindi la stanchezza, fisica e mentale, dovuta alla insostenibile molteplicità di impegni ravvicinati tali da risultare incredibilmente gravosi anche per un simile super atleta.
Infine – non propriamente un dettaglio – Marin Cilic, Kei Nishikori, Stan Wawrinka, Milos Raonic e Novak Djokovic, il meglio di quanto il tennis mondiale possa attualmente proporre, tutti inesorabilmente superati, cucinati a fuoco lento, laddove non prepotentemente schiacciati.

Attraverso stupefacenti battaglie con Nishikori prima e Raonic poi, quando il Murray che ti aspetti, solido nel tenere il campo per oltre sette ore complessive, è stato capace di aggirare le avversità fino a sopraffare gli avversari sul piano fisico e psicologico.
Ma anche con lo spaventoso dominio esercitato contro Wawrinka e soprattutto contro Djokovic, rivelando invece un’anima da cannibale in parte ancora sconosciuta. Quella che, rinvigorita da ben ventiquattro successi e quattro titoli consecutivi e a dispetto di un accumulo di tossine capaci di abbattere un toro, ha finito per annichilire il più grande degli avversari.

Un Djokovic nuovamente apparso, in linea con il suo opaco autunno, l’ombra di se stesso, decisamente sopravvalutato dalla semplicità del suo precedente percorso nelle ATP Finals, ma pur sempre il dominatore dell’ultimo biennio sulla scena mondiale e per questo il più autorevole dei giudici in grado di emettere la sentenza finale.
Il passaggio di testimone, avvenuto la settimana precedente a Parigi, ha potuto così vivere la definitiva (almeno per la stagione) e netta consacrazione nella modalità più inequivocabile ovvero il successo nel torneo dei tornei ed a spese del sovrano deposto.

Jamie festeggia la prima posizione in doppio

Il primo Master orfano di Roger Federer e Rafa Nadal non avrebbe potuto sperare in un destino tanto generoso al punto di riservargli addirittura il ruolo di possibile spartiacque tra due regni.
In attesa di scoprire se il futuro prossimo avrà in serbo per il britannico una permanenza al vertice altrettanto prolungata, la kermesse londinese andata in archivio ha certamente avuto il privilegio di incoronare la dinastia dei Murray, rendendo omaggio anche al meno celebrato Jamie, altro nuovo numero mondiale nella specialità del doppio insieme al brasiliano Bruno Soares.

Nonostante un’inopinata sconfitta in semifinale, nel torneo dominato con sorpresa ma assoluto merito dagli imbattibili Henri Kontinen e John Peers,il fratello maggiore di Andy, dodici mesi dopo il decisivo contributo apportato al successo in Davis, è riuscito a coronare un’annata da bi-campione Slam (Australian Open e US Open) con il raggiungimento della vetta del ranking, rendendo realtà il primo ed unico clamoroso caso di un’intera famiglia sul tetto del mondo.
Per giunta di britannica appartenenza, quasi un riverente tributo e un ritorno alle origini storiche, quando proprio i pionieri sudditi di sua maestà iniziarono a diffondere in ogni angolo del mondo le regole ed i canoni di questo meraviglioso sport.

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ATP Finals finale singolare
Andy Murray [1]
b. Novak Djokovic [2] 6-3 6-4

ATP Finals finale doppio
Kontinen/Peers [5]
b. Klaasen/Ram [7] 2-6 6-1 10-8

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